giovedì, 31 gennaio 2008

ALIENO TRA LA GENTE

 

“...a volte sai mi sembra che...

tutto è normale tranne me...”

Tributo al primo, magico e tossicissimo Grignani.

Si, a volte mi sento così. Diverso.

E lo so, qualcuno dirà che mi piace sentirmi così. Ed ha ragione, fino ad un certo punto però.

Paradosso dei paradossi, son pienamente cosciente del fatto che chiunque si sente diverso, ovvio, eppur questa mia lucidità d’analisi non m’aiuta. Anzi.

Che poi il problema non è tanto sto sentirmi al di fuori. Macchè. Il problema è un altro.

E’ non esser capito che mi crea ansia.

Anche perché spiegar alla gente un tal stato d’animo rischia di farti passare per presuntuoso, per dandy.

Qui nel mitico noed-est se non ti fai almeno otto-dieci ore di duro lavoro ti guardano sbieco. Sei un fallito. Non hai capito nulla.

Che qui se non parli di fica calcio telefonini feste in o roba da vestire prettamente griffata stai pure zitto. O parla col muro.

Ci vogliono fatti in serie.

Ci vogliono ignoranti e di conseguenza ubbidienti.

Ci vogliono burattini.

Poi è automatico, è matematico, se uno esce disgraziatamente dagli schemi ci pensa il sistema a sopprimerlo.

Tutto calcolato.

 

“...come se io

dal mondo fossi differente...”

Il senso di disagio , il non riuscir a starci.

Le sensazioni che han portato vite a bruciarsi a volte io credo di riuscir a sentirle. Fortunatamente però no, non mi son distrutto. E questo grazie ad un’educazione libertina, più che un’educazione una continua lezione di vita.

Ad una madre che m’ha passato fiumi di positività. Di voglia di lottare. Di rimanere diverso. Ma comunque di rimanere.

Ad un padre trasgressivo. Ma padre.

Ad una ragazza caduta dal cielo. Che io credo d’amare (e questo non te l’ho detto mai).

Mi rendo conto d’aver riempito quasi interamente queste pagine con questi tarli del cazzo. Ma purtroppo ci sono, escono e la mia unica difesa è prenderli e cercar di metterli in ordine qui, se di ordine si può parlare.

Poi, una volta raccolti e sistemati, per qualche ora son più sereno, esco, e vado al bar a giocar le carte.

 

“...come gli sguardi giù in città...

quelli che tagliano a metà...”

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sabato, 19 gennaio 2008

COSA NON DIREBBE UNA DONNA FERITA

 

Manuela (Arcuri ndr), ma che cazzo vai dicendo?!?

Così mi sputtani, dai...!!!

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venerdì, 17 agosto 2007

SE NE VANNO SEMPRE I MIGLIORI...

 

Eva: Guai a te se provi ad ammazzare quel piccolo e indifeso ragno!!! Bastardo insensibile che non sei altro.

 

E s’allontana...

Qualche istante dopo, di ritorno, Eva trova la bestiola secca, gambe all’aria.

Staccato lo sguardo dal, a suo modo di vedere, povero defunto, infuriata mi fissa, in attesa di spiegazioni.

 

 Maalox:  Giuro, ha fatto un infarto!!!

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martedì, 17 luglio 2007

PREPARATEMI UNA FOSSA PER FAVORE. PROFONDA

 

Maalox: E così sei sposata con un negro?

Amica di Maalox: Eh già...

Maalox: Però...chissà come sei aperta allora!

Amica di Maalox: ...

Maalox: ...

Amica di Maalox: ...

Maalox: ...mentalmente, intendevo dire...

 

A questo punto, mi butto!

 Voi chiudete in fretta la buca, mi raccomando.

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sabato, 14 luglio 2007

TU SEI MERDA. E IO TE LO DEVO DIRE.

 

Ho camminato lungo la Rambla di Barcellona in piena notte con un negro vicino.

Io tornavo dalla discoteca, ubriaco. Di gioia. Di voglia di vivere.

Lui cercava di vendermi un po’ di coca. Per mangiare il giorno dopo.

Io a Barcellona a spendere soldi che non voglio mai conservare.

Lui trasportato dalla disperazione dalla fame.

Ad attendermi un letto, comodo, di un lussuoso albergo.

Per lui la sabbia della spiaggia, finchè qualcuno non verrà a cacciarlo. Poi un duro marciapiede.

Io, 20 maggio 1982.

Lui, 17 febbraio 1982.

Io, nato nel benessere. Sebbene figlio di operai, comunque benessere. Per chi a volte se lo dimentica.

Lui, nato nella merda. Ma merda vera, non quella in cui tu, merda, pensi d’esser qui, nel tuo florido nord-est. Merda in cui vorrei vedere te. Te che ti lamenti perché non puoi cambiar auto. Tu che piangi per comprarti le prada nuove. Tu che rosichi d’invidia per il cellulare nuovo del tuo amico.

Tu, porco dio, che odi quel negro.

E nemmeno hai il coraggio di dirglielo in faccia.

Merda, io, come te, sono nato in Italia e ho trovato tutto pronto. Lui è nato da un’altra parte e di pronta c’era solo la disperazione.

Tanta.

Riesci, per un attimo, ad abbandonare la tua ignoranza e metterti nei panni di un altro?

Purtroppo credo di no, ed è un peccato.

Secondo te un marocchino nasce con la voglia di venir da noi a romperci i coglioni.

Un nigeriano viene al mondo per spacciare.

La sua ambizione per te è quella?

Ma ti rendi conto di quel che dici? Di quel che pensi?

Non credi che magari vedendoti con la tua cazzo di macchina bello fresco e pulito un pizzico d’invidia lui la provi?

E se toccasse a te partire da casa tua, lasciare affetti amicizie e tutto il resto, per cercar non di viver meglio, ma di sopravvivere. E ti trovassi poi in strada, senza la possibilità di lavorare. Mangiare.

Si, io credo che forse spaccerei. Magari ruberei.

Tu no, merda?

Nascere per te è stato come vincere al lotto. La fortuna ti ha baciato subito. In partenza.

E allora perché te la prendi con chi nemmeno ha fatto dodici. Con chi la fortuna non l’ha nemmeno vista passare.

Impara a goderti la tua cazzo di vita e perlomeno, se a dar una mano non riusci proprio, non complicare ancor di più esistenze già segnate. Già maledette e insignificanti.

Io sono razzista. Odio chi non pensa. Chi non si sforza di capire. Almeno la mia fobia ha un senso. Una spiegazione.

La tua no.

Tu sei codardo.

Tu sei coniglio.

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sabato, 07 luglio 2007

QUANDO LA SERA ARRIVERA’

 

Attraverso i tuoi occhi

Come un quadro senza ritocchi

Lento

Il sole nel mare vedrò bagnarsi

E sfiorato dal vento

Il tuo viso di voglia di vivere illuminarsi

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giovedì, 05 luglio 2007

IL CONCETTO DI PATATA

 

Oggi mi son svegliato con la voglia di sputtanarmi di fronte al mio ristretto pubblico. E lo faccio per illustrarvi un profondo concetto.

Veniamo al dunque.

In intimità, ma non solo, ognuno di noi chiama solitamente il/la proprio/a partner con dei nomignoli.

Ecco, rosso in viso per la vergogna, vi svelo che io chiamo la mia morosetta, e già morosetta mi piace poco, Patata.

Il dramma è che tale soprannome nasce da una riflessione. Quasi convinzione.

Patata non è come Amore, termine troppo impegnativo, commerciale e forte per esser usato in troppe situazioni. Si rischierebbe di privarlo del suo significato. Con Patata, non avendo alcun significato sentimentale, non si spreca nulla. Nemmeno la buccia.

Potresti usare qualsiasi nome di verdura, ortaggio o frutto che sia, dirà qualcuno di voi, e non cambierebbe nulla.

Nulla di meno veritiero.

Provate a pensarci.

Sarebbe forse simpatico chiamare il/la vostro/a lui/lei pomodoro? Asparago? Melograno?

- Banana,...lo sai che ti voglio bene...?! –

Suona male. Malissimo.

- Patata,...lo sai che ti voglio bene...?! –

...e dopo un attimo di comprensibile crisi d’identità del partner, il vostro voler bene acquisirà ancor più valore.

Patata è inoltre assolutamente multifunzionale, senza mai stonare.

In situazioni di normale dialogo

- Sai Patata, ieri sera ho incontrato Tizio e m’ha detto che... -

Nei momenti d’incazzatura

- Patata, porcoddio, dove hai messo le mie sigarette?! –

Negli istanti più intimi

- Sii...Patata...sii (ecc. ecc.) –

O nei discorsi più seri

- Patata, credo che nella nostra relazione ci siano dei problemi profondi, ci siano dei problemi alle radici... –

Patata stimola la sessualità. Senza esser volgare il termine ricorda infatti l’organo sessuale femminile svegliando, a livello inconscio, ormoni repressi e assopiti di certi miei simili ingabbiati nella noia di relazioni ormai abitudinarie.

Senza poi dimenticare le infinite varianti che garantisce.

Patata lessa, fritta, in umido, americana...e chi più ne ha più ne metta...

Quel che conta è che di Patata ce ne sia una sola. Tutto il resto...è minestrone.

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martedì, 03 luglio 2007

SONO UN DISASTRO

 

Almeno una volta la settimana mi prendo a letto. E una sola volta la settimana mi devo svegliar la mattina...

Non sono disordinato. Semplicemente non so cosa sia l’ordine. Come posso sapere cos’è il contrario?!

Ho un lavoro precario. Se di lavoro si può parlare. Con uno stipendio precario. Se di stipendio si può parlare. Nonostante tutto faccio la bella vita. Come se avessi un lavoro stabile e uno stipendio considerevole.

Attendo, e senza troppa ansia, il dieci del mese per saldare il debito verso la banca.

L’undici son sotto di nuovo.

Dire che son fuori corso è offensivo. I fuori corso li considero fratellini minori. Di un’altra generazione, per intenderci.

Amo stare al bar. Giocare a carte. Bere vino. Fumare. Insomma, se una cosa è inutile e possibilmente dannosa, in qualche modo mi riguarda.

Adoro star fuori la notte a far discorsi senza senso. O meglio, nella mia testa un senso ce l’hanno anche, ma troppi sguardi perplessi attorno a me mi fan sorgere qualche piccolo dubbio. Così mi convinco d’esser troppo avanti io, e ritorno ad esser sereno.

Non mi piace progettare.

Non mi piace pensare al futuro.

Non mi piace chi sacrifica una vita in fabbrica “perché così deve essere...”.

Non mi piace chi non sogna. E così lo faccio anche per loro.

Non mi piace chi non si ricorda che c’è una vita sola. E purtroppo anche breve. Così mi godo l’esistenza per dieci, cento, mille.

Non mi piace chi ama solo per non rimanere solo. E anche qui, non si devono preoccupare...ci penso io.

La mia povera mammina me lo dice sempre “Ma chi ti vuole?! Ma chi ti prende?!”. Mammina, visto quanto sopra, c’hai proprio ragione.

Solitamente non mi guardo attorno, non sento i giudizi di gente nata, e già morta, per lavorare. Non cederò mai al vivere per lavorare. La mia filosofia sarà sempre “lavora per vivere”. E sempre sarà.

Ma ogni tanto, ma tanto tanto, ciò che ho intorno mi soffoca. E li, per un attimo, mi rendo conto d’esser un disastro. E cosa molto più grave, d’andarne fiero.

E in quei pochi momenti ne soffro, credetemi.

Così, per rimediare, vado al bar. Accendo la sigaretta, ordino un prosecco. Trovo un qualunche disperato timbratore e provo a parlare, ragionare come lui.

In quei momenti voglio diventar come lui.

Ma mi bastano dieci minuti. E la mia convinzione torna.

E’ lui che deve diventare come me...

Scusate ma...non guarirò mai.

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martedì, 26 giugno 2007

POMPI...NO.

 

A proposito di terza dimensione...

Manco faccio in tempo a saldare bene in testa certi concetti per me nuovi e fondamentali che...tac...capita l’occasione. Ma non un’occasione qualsiasi, praticamente un rigore senza portiere, tanto per intenderci.

Ma veniamo ai fatti.

Una sera qualunque giravo per un po’ di paesini anonimi a bermi qualche birretta. Lei, si, LEI, lavora.

E fin qui tutto ok.

Verso fine serata, ormai stanco di veder facce depresse di poveri timbratori di cartellini tipici del nostro amato nord-est, faccio ritorno al bar, il bar. Quello del paese insomma, dove ci si trova e dove ci si sente sempre a casa propria. dove, in teoria, dovresti sentirti fuori da ogni pericolo.

Gli amici timbratori, e poco trombatori, se ne vanno a letto, ed io, solito cazzone praticamente nullafacente, mi prendo l’ennesima birretta. Me la voglio ber solo, quasi a festeggiar un’altra serata andata a buon fine di disintossicazione da fica foresta.

Ma è proprio in quei momenti, quando uno crede d’esser arrivato, d’avercela fatta,alza le mani a pochi metri dal traguardo e...tac...puntuale come un’orologio svizzero se la prende nell’ano.

Comunque.

Prendo il boccale, metto tra le labbra l’ennesima dianarossamorbida ed esco sul retro del bar, per star più possibile tranquillo. Solo.

In pratica, ho già le mani alzate...e...

Seduta su una sedia, proprio li, dove anch’io sto per andar a sedermi, c’è Alice. Amica d’infanzia. Carina. Amica  pure di gioventù. Sempre e solo amici, buoni amici, ottimi direi. E come spesso accade tra ottimi amici una decina d’anni or sono le ho fatto un piccolissimo favore. Di quelli che si fanno tra ottimi amici che si dicono tutte le cosette private perché tra loro c’è solamente amicizia e niente più...praticamente l’ho sverginata, cazzo, dai. Ecco, ora l’ho detto.

Vabbè, ma una volta compiuta l’opera, niete più. Tutto come prima. Anzi, poco prima d’incontrarla quella sera al bar, in un incontro come sempre casuale, si era confidata spiegandomi e chiedendomi consiglio riguardo la fine di una sua seria relazione per un colpo di fulmine attualmente in corso.

Ma torniamo a me, alla birra e a sta cazzo di Alice.

Nel vederla, appunto perché già a mani al cielo in segno di trionfo, non mi pongo il minimo pensiero, e mi siedo li vicino a lei, curioso di sentir le sue ultime avventure sentimental-sessuali.

Caso vuole però che Alice, al pari mio, ha in corpo quella birretta in più che scioglie i freni e fa agitare sti bastardissimi ormoni, che tanti problemi m’han causato in vita.

E sempre sto cazzo di caso vuole pure che Alice sempre quella sera era stata delusa dalla sua fiamma, e piena di voglia, era desiderosa di rifarsi. Possibilmente con qualcuno che la conoscesse, onde evitare d’esser giudicata. Possibilmente con uno con cui avesse già confidenza e conoscenza. Praticamente...possibilmente con me, cadutole li a pennello.

Io, ignaro ancora per qualche secondo di tutto ciò, aspiro la mia sigaretta. Tranquillo. E penso ai miei cazzi. Ma i miei cazzi, anzi, il mio cazzo è bruscamente disturbato da un piede, scalzo, che s’appoggia sulla mia gamba e sale...sale. Neanche a dirlo...è lei!!

Stordito, alzo lo sguardo e la fisso.

Con occhi da gatta vogliosa e puttana al bisogno mi guarda e, incredibile ma vero, mi fa:
- Andiamo a farci un giro. Ho voglia di farti un pompino.

Cazzo cazzo cazzo.

Al bar.

A mezzanotte di un cazzo di un giorno qualunque iddio doveva mandarmi la prova del nove. È mai possibile? E poi s’arrabbia se lo offendo.

- Ehm...ehm...

Panico.

Penso.

Ai miei ormoni bastardi.

A LEI.

Al mio cazzo bastardo e mai sazio.

Ancora a LEI.

Stavolta non mi freghi, cazzo iperattivo di merda.

Penso ancora a LEI.

Ancora a LEI.

Il piede sale, struscia.

La sua lingua esce e si morde le labbra.

Vigliacca.

Con un sorso finisco la birra. Aspiro a fondo. Ancor di più.

- No, grazie. Sto andando via.

Incredibile. Ma vero. Verissimo.

In quel momento gli ormoni escon a testa bassa tra i buuu e le urla di gioia di cuore e cervello, per una volta vincitori.

Na botta meravigliosa d'adrenalina m'assale.

- Peccato. Avevo proprio voglia mi leccassi la fica.

Mi spiace, tesoro, penso. Ma stasera non ce n'è. 

Mi sento fico. Convinto.

Allontanandomi m’accorgo di esser sollevato da terra di almeno un metro...e soprattutto di poter tenere la testa alta. Sempre.

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giovedì, 14 giugno 2007

TERZA DIMENSIONE

 

Sto sperimentando la mia terza dimensione. E m’intriga.

La prima era quella del single belloccio e abbastanza (son modesto dai) piacente che con fare disinvolto scopacchiava qua e là. La trasgressione consisteva nel mietere più vittime possibili accrescendo così la mia stima a dir poco pre-adolescenziale. Valevano parecchi punti nella classifica della mia mente distorta giovani fidanzate, ancor meglio se di conoscenti, ragazze d’almeno cinque anni più vecchie, praticamente dai trenta ai quaranta, che all’orecchio dell’amico fanno sempre un certo effetto. Le soddisfazioni non son mancate, ma nemmeno ad un certo punto è mancato il senso di nausea, di nulla che ti rimane dopo l’ennesima scopata senza significato. Ad un certo punto, credo io, l’autostima raggiunge un livello di saturazione e tutto appare come una perdita di tempo.

Seconda dimensione. Fidanzato innamorato. E bastardo. In questa fase ero innamorato e amavo come credevo fossi in grado di amare. In altre parole...tradivo. Era questa la mia adrenalina. Ciò che dava un senso alla mia vita, unito al far star bene, ovviamente in apparenza, la persona che avevo vicino. Anche in questo caso non ho alcun rimpianto. Mantener tutto in equilibrio, non farsi mai sgammare, raccogliere relazioni promiscue in giro per il mondo mi ha stimolato per un bel periodo. Poi però il buio. La maturazione tanto temuta. Maturazione forse è na parola grossa, ma è tanto per intenderci. Ed eccomi nella mia terza, inaspettata, dimensione.

Come potete credo ben notare, la mia vita ha sempre avuto un perno attorno a cui tutto gira: la figa. E non è che ora non ci sia più. Ma per la prima volta io credo di volerne una. Una solamente. Alcuni di voi penseranno che non c’è nulla di strano. Beh, chi lo pensa...non sa che si perde!

Dicevo. Mi sto rendendo conto che riuscendo ad avere da una persona tutto ciò che mi sembra di volere, la mia trasgressione la posso concentrare in qualcosa che non sia la nostra beneamata, scoprendo così nuove sensazioni. Emozioni. Comunque forti. Fortissime.

Senza contare l’orgoglio nel sentirmi per la prima volta pulito. La fierezza nel dire no, grazie, stasera non vengo a scoparti. In primavera, poi. Periodo in cui le gonne...delle donne. E nella mia testa ormoni confusi. L’istinto li fa scattare. L’assuefazione li frena.

Son fasi, magari.

Son convinto comunque che si possa passare da una dimensione all’altra in un attimo. Un giorno son qui, convinto di quel che faccio e penso. Domani chissà.

Per il momento so solo che, in questi panni per me nuovi, mi sento proprio bene.

Mi sento proprio fico.

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